Lo spirito di squadra

Lo “spirito di squadra”…è la chiave del
successo? Come si fa ad avere la
“mentalità vincente”…vincendo?…

ESSERE SQUADRA
Non è difficile constatare che viviamo in una società che, mentre sembra regalare opportunità impensabili per raggiungere le persone, allo stesso tempo crea spazi notevoli di solitudine. Pensiamo al computer, al telefonino con i suoi msm, alla televisione.
Tuttavia l’uomo, e ancor di più un ragazzo, non può fare a meno di relazionarsi con gli altri. Troppo facilmente cade nella trappola del “branco” con il quale si definisce un tipico gruppo, soprattutto di adolescenti, che compiono attività violente contro persone o cose, e ha come caratteristica una compattezza ed una solidarietà tra i singoli, assolutamente naturale ed automatica, in quanto istintiva.
L’aggregazione del branco è dunque garantita dal fatto che i ragazzi si sentono solidali perché guidati da un istinto che si impone in maniera semplice e immediata in quanto non viene contrastata da dubbi, interrogativi, conflitti… tutti elementi che sollecitano fortemente una presa di coscienza di sé.
Lo sport spinge, invece, a superare questa forma di aggregazione per raggiungere un obiettivo comune che si chiama “vittoria”.

Credo sia proprio questo slancio verso la vittoria che permette di registrare la sostanziosa diversità tra un branco e una squadra: una squadra ha la voglia di vincere. Una squadra si riconosce dalla continua ricerca di un obiettivo. Da parte di tutti i suoi componenti. Nessuno escluso. Ognuno impiegando le proprie doti, le virtù personali, ponendole al servizio di tutta la squadra. E non adoperandosi in funzione solo di se stesso, risucchiato dal vortice dell’egoismo e della violenza, ma contribuendo all’affermazione di tutto il gruppo.
E’ questa l’arma vincente che ha consentito alle grandi squadre di affermarsi. E’ questo l’insegnamento che lo sport offre a coloro che vi prendono parte.
Nel film “Goal”, il protagonista Santiago Muňez dal Sudamerica arriva a giocare in Inghilterra per il Newcastle. Dopo il suo esordio dove aveva mostrato il suo talento ma facendo fatica a liberarsi della palla per un compagno, l’allenatore, al termine dell’allenamento, lo chiama in disparte e lo sottopone ad un esercizio semplicissimo. Il coach calcia la palla dalla metà campo, mentre Muňez deve inseguirla prima che raggiunga la porta. Una prima volta la palla si insacca in rete prima che il giovane la raggiunga. Lo si riprova una seconda volta “Che cosa hai imparato?” domanda il burbero coach al suo giocatore. “Che si può fare goal da meta campo” risponde prontamente. A questo punto è l’occasione per l’allenatore per piazzare il suo insegnamento:“Che il pallone va più veloce. Lo devi passare! Tu giochi in una squadra. Il nome che porti davanti – rivolgendosi allo stemma sulla maglia- vale di più del nome che porti sulle spalle”.

ESSERE SE STESSI
Il grande calciatore Ronaldinho in una intervista ha dichiarato: “A ciascuno di noi e Dio ha dato un dono. Il canto, il ballo, la pittura, la scrittura. A me ha dato la possibilità di far felice la gente giocando a fùtbol. E io cerco di usare al meglio questa opportunità che mi è stata regalata. Ogni giorno tento di migliorarmi, di inventare qualcosa di nuovo. Sono contento quando le 90.000 persone allo stadio, più tutte quelle che guardano la partita in tv, hanno trascorso
una bella serata, si sono divertite e ritornano a casa contente”.
Alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 John Stephen Akhwari, atleta della Tanzania, entrò nello stadio olimpico con smorfie di dolore a ogni passo, la sua gamba mal fasciata con una benda sporca di sangue. A metà della maratona aveva subito un infortunio muscolare che gli impediva di continuare a correre. Il vincitore della corsa se ne era già andato da più di un’ora e solo pochi spettatori erano rimasti all’interno dello stadio. Nonostante fosse esausto, sofferente per i crampi alle gambe, la disidratazione e la perdita dell’orientamento, una voce interiore lo aveva spinto a continuare ed egli aveva proseguito. Quando tagliò la linea del traguardo, i pochi spettatori che si erano fermati lo applaudirono.

Un giornalista gli chiese perché non si era ritirato e, invece, aveva voluto portare a termine a tutti i costi una corsa che ormai non poteva vincere; Akhwari, sorpreso, rispose: «Il mio paese non mi ha mandato a ottomila chilometri di distanza per iniziare la corsa; il mio paese mi ha mandato qui per finire la corsa». Egli sapeva chi era: un atleta che rappresentava la Tanzania. Sapeva qual era il suo scopo: finire la corsa. Sapeva che avrebbe dovuto resistere fino alla fine in modo da poter tornare con onore a casa, in Tanzania.
Nascere, entrare nella vita, significa diventare portatori di un compito e di una originalità, vivere una vocazione. Diventare maturi vuol dire allora realizzare l’immagine, unica nel suo genere, che Dio si è fatto di noi. Questa concezione spirituale della maturità si fonda su un’idea molto precisa dell’essere umano. Ogni persona-dice Romano Guardini-è una parola, unica nel suo genere, che Dio pronuncia riferendola solamente a questa persona.
Il compito di ogni uomo consiste nel rendere percepibile nella sua vita, in questo mondo, questa parola unica che Dio ha indirizzato personalmente a lui. Ciascuno può esprimere qualcosa di Dio con la sua vita, qualcosa che riesce a manifestarsi solamente per mezzo di lui.

Possiamo esprimere questa unicità dell’essere umano anche con un’altra immagine: ogni persona con la sua vita imprime in questo mondo una traccia di vita che lei soltanto può produrre. È matura la persona che imprime in questo mondo la sua originaria e personale traccia di vita invece di orientarsi seguendo solamente le tracce degli altri.
È come scendere sulla neve fresca con gli sci e poi osservare la propria scia. Allo stesso modo è possibile raffigurarsi perfettamente che con la propria vita si lascia la propria traccia unica e personale sulla neve fresca di questo mondo. Non ci si confronta con gli altri, non si deve copiare gli altri. La propria traccia corrisponde al proprio essere.

FARE FATICA
Non è possibile praticare un’attività sportiva senza darsi un traguardo da raggiungere.
Parlare di traguardi ai nostri giorni non è così scontato dal momento che è più facile concentrarsi su ciò che è a portata di mano poiché per raggiungere qualcosa che è lontano è necessaria la fatica, che è un po’ fuori moda nella
cultura del “tutto, subito e facile”.
Nelle giovani generazioni di oggi si è insinuato un “ospite inquietante”, il nichilismo.
Il nichilismo non è soltanto una filosofia, è il non avere più niente di caro o di sacro. “Intendiamoci, il nichilismo non si presenta quasi mai come violenza. Quel modo di pensare, versato di continuo sulle teste dei nostri ragazzi da programmi tv, da cantanti e da show di ogni genere, si ammira di solito ben vestito di paillettes, in pose di filosofi ben presentati. O dipinto sulle facce spente di adulti tutti i giorni. Ma se nulla nella vita ha valore, se in fondo a tutto c’è solo il vuoto del niente, perché un ragazzo dovrebbe rispettare l’ordine a scuola, il corpo altrui e il proprio? Il
nichilismo è origine della violenza. Se nulla ha valore posso trattare tutto secondo l’impressione o la convenienza del momento.”
(D. Rondoni, Il Tempo, 17-11-07, pg 15)
Un ragazzo che viene convinto, attraverso l’educazione e la cultura, a sentirsi schiavo del niente, si trova disorientato, annoiato di tutte le cose che ha in mano e, ogni tanto, come colto da una rabbia strana, capace di violenza senza darsene una ragione.
L’unica cosa che sembra avere un senso è cogliere il momento opportuno, appassionarsi all’attimo che sembra sfuggire. Riempire il presente perché il passato non ha più nulla da dire e il futuro è così incerto e cupo che non vale la pena appassionarsi e darsi da fare per qualcosa.
Lo sport risponde con un risultato che va raggiunto con uno sforzo assiduo e un impegno costante. Come il personaggio della nota parabola evangelica (l’amico importuno) che per la sua insistenza raggiunge il risultato di vedersi aprire la porta.
Non è possibile avere “tutto e subito”, il cammino è fatto di piccoli passi.
L’allenamento diventa il paradigma per il raggiungimento degli obiettivi per i quali bisogna avere pazienza, capacità di attesa, forte motivazione e passione. La gratificazione non è immediata ma è un progetto da perseguire in una
dimensione temporale abbastanza ampia. In questo lo sport insegna ad attendere, ad assumere consapevolezza di poter raccogliere domani ciò che semina oggi e a riconoscere che, rispetto al successo, il caso e la fatalità hanno
un ruolo molto esiguo rispetto all’impegno e alla passione.
A questo proposito è interessante la testimonianza di Jorge Valdano: “Gli inizi della mia carriera furono difficili per questioni di professionalità. Mi mancava? No, il problema era che ne avevo molta. Ve lo racconterò con una storia. Il martedì l’allenamento della squadra consisteva nel fare tre giri intorno a un parco che aveva un perimetro dì 2500 metri. Un giro, pausa ed esercizi. Poi ancora un giro, pausa, esercizi. Ultimo giro, pausa, esercizi. lo prendevo tutto molto seriamente, e quando mi davano il via partivo sparato come un ossesso. Alla prima curva, quando lo staff tecnico ci perdeva di vista, le quattro stelle della squadra salivano sull’auto di un amico che li stava aspettando, e in macchina facevano la maggior parte del percorso. Quando arrivavano all’ultima curva scendevano dal mezzo,
lasciavano passare quasi tutti i compagni per giungere in un tempo incredibile e simulavano sfinimento con una passione artistica. Al giro successivo rifacevano la stessa cosa. Si burlavano del nostro sacrificio e io li ammiravo perché credevo che essere una stella consistesse proprio in quello.
Conosco altri casi come il mio, ma nessuno spettacolare come quello di Gabriel Batistuta, un giocatore che non si è mai rassegnato di fronte ai limiti del suo talento ed è riuscito a superarli fino alla meritata fama che lo distingue… Grazie al suo coraggio controculturale ha sconfitto due pregiudizi idioti. Agli inizi della carriera ha sfidato la vecchia e ostinata idea argentina (spero ormai superata)che consiste nel pensare che non allenarsi conferisca prestigio. E dopo la sua consacrazione internazionale ha sconfitto la credenza, quest’ultima universale, che considera un successo un punto d’arrivo in cui ci si ammala di imborghesimento e di vanità. La sua parabola è edificante e logica: più ci si allena, meglio si gioca.”

CONCLUSIONE
Il desiderio di raggiungere una mèta, il coraggio di affrontare la fatica con la generosità di mettersi a disposizione conducono alla vittoria più vera, che spesso non coincide con quella assoluta, come precisa Beppe Vercelli, psicologo e autore di un libro dal titolo “Vincere con la mente”: “la mia vittoria è provare le migliori sensazioni possibili nel momento in cui svolgo la mia attività. Dopo possono anche arrivare podi e medaglie. Se questa
nuova concezione della vittoria viene diffusa la valenza educativa dello sport è assicurata. I bambini non devono venir educati ad un concetto di vittoria vista come distruzione dell’altro e soprattutto di vittoria a tutti i costi, vista come fine supremo.”